Latinoamerica-online.it

Brasile, i golpisti del gennaio 2023

Teresa Isenburg

Il Supremo Tribunale Federale/STF dovrà decidere tra marzo e aprile (2025) se accogliere la denuncia presentata (il 18 febbraio 2025) dalla Procura Generale della Repubblica/PGR contro l'ex presidente Jair Bolsonaro, accusato di partecipazione diretta a una cospirazione per un colpo di Stato dopo le elezioni del 2022. Se la denuncia verrà accolta dalla Prima Sezione dell'STF, Bolsonaro e gli altri imputati diventeranno rei, rispondendo formalmente dei crimini contestati.

La denuncia fa parte di un insieme di cinque documenti presentati dal Procuratore Generale della Repubblica, Paulo Gonet, e include anche il generale Braga Netto, oltre ad altre 32 persone. Il gruppo che verrà esaminato dall'STF è inizialmente composto da Bolsonaro e da altri sette imputati, considerati dalla PGR come membri del cosiddetto ‘gruppo cruciale’ del complotto golpista. Il procedimento passa ora alla difesa degli imputati, che hanno 15 giorni di tempo per presentare osservazioni. Dopo questa fase, la PGR potrà rispondere alle dichiarazioni della difesa prima che il ministro Alexandre de Moraes, relatore del caso, trasmetta la decisione alla Prima Sezione. Il panel incaricato dell'analisi è composto dai ministri Cristiano Zanin , Flávio Dino, Luiz Fux, Cármen Lúcia e dallo stesso Alexandre de Moraes.

Tra le accuse mosse dalla PGR a Bolsonaro et alii vi sono i reati di organizzazione criminale armata, tentato colpo di Stato, tentata abolizione dello Stato di diritto democratico, danneggiamento qualificato con violenza e grave minaccia al patrimonio dell'Unione, oltre al deterioramento del patrimonio tutelato. Secondo la denuncia, Bolsonaro avrebbe guidato un'organizzazione criminale strutturata all'interno dello Stato stesso, con un notevole appoggio da parte dei settori militari. L'aspettativa nel STF è che l'elaborazione di questo caso si svolga nel corso del 2025, con la sentenza nel merito prevista per settembre od ottobre. L'obiettivo è impedire che la questione si protragga fino al 2026, anno elettorale, per evitare interferenze.

L'eventuale accoglimento della denuncia da parte della STF rappresenta una pietra miliare nella difesa dello Stato di diritto democratico in Brasile. Il processo al caso Bolsonaro rafforza la necessità di ritenere responsabili le autorità che attaccano le istituzioni. Questo processo non è un evento giuridico isolato, ma una prova della solidità delle istituzioni brasiliane”. (PGR entrega denuncia contra Bolsonaro e outros 33, “Brasil 247”, 19 febbraio 2025, traduzione di Google rivista).

Il gruppo dei 34 indiziati è composto da sette generali o ammiragli, 15 militari in prevalenza tenenti colonnelli e colonnelli dell’esercito fatta eccezione per un maggiore, sette delegati della polizia federale o stradale; i capitani, peraltro espulsi dall’esercito, sono rappresentati dallo stesso Bolsonaro e da un altro oscuro soggetto. La vecchia guardia golpista è presente nella persona del nipote dell’ultimo dittatore, João Baptista Figueiredo (1979-1985). È la prima volta che esponenti di alto livello delle forze armate vengono raggiunti dal potere giudiziario, mettendo in discussione quindi la lunga certezza di impunità, ma lunga, molto lunga è ancora la strada per estirpare le perverse ingerenze del corpo militare dalla società civile. E questo è il significato innovativo della denuncia della PGR, di cui Bolsonaro è solo uno degli elementi. In questo contesto di accuse solidamente documentate continua la pressione, che trova appoggio soprattutto nella Camera dei Deputati, per una amnistia dei responsabili dell’eversione dell’8 gennaio 2023, mentre la cosiddetta “famiglia militare” difende (in un momento di contenimento della spesa pubblica) i propri molti privilegi (prebende, pensioni, agevolazioni infinite per sé e famigliari) con impudenza. Certo, il 18 febbraio ha rotto un cappio che soffoca la storia del paese intralciando la costruzione di una società dei cittadini e delle cittadine, ma le forze anticostituzionali e antisociali continuano ad essere potenti.

Le misure di Trump

Come ricadono sul Brasile le azioni dell’amministrazione Trump? Senza pretesa né illusione di districare il progetto, strettamente collegato alla politica interna degli Usa, del neopresidente e dei suoi alleati, cerco di riunire alcune informazioni sia sulle conseguenze materiali immediate che sull’influenza, nelle relazioni e nei rapporti di pressione e di potere fra i diversi attori politici ed economici del Brasile, che gli atti e le dichiarazioni statunitensi portano con sé. Ogni paese dell'America Latina risponde in modo diverso a questo terremoto che si manifesta con differente intensità della scala sismica a seconda del contesto (contingenti di migranti, livelli commerciali, rilevanza dei cosiddetti aiuti, indirizzo politico, ecc.), ma vi sono anche ricadute generali. Si allontana sempre più il disegno di una integrazione regionale che era stato un punto forte e trascinante dei due precedenti governi del presidente Lula e che in quest’ultimo è praticamente assente (anche per lo spostamento a destra o per la disgregazione di alcuni paesi del continente), ma allo stesso tempo si aprono possibili connessioni rafforzate importanti: dei governi progressisti dell’America del Sud con il Messico della elegante, colta e audace presidente Claudia Sheinbaum in conseguenza della disattivazione dell’accordo  Nafta (1994-2018) nonché della evaporazione di fatto del successivo USMCA. Forse diminuirà un po’ l’isterica fobia nei confronti del Venezuela Bolivariano dopo i contatti (petroliferi) con inviati dell’amministrazione statunitense e soprattutto con il venir meno, a quanto è dato sapere, dell’appoggio all’emigrazione politica venezuelana in Florida.

Come noto, fra le primissime firme di Trump vi è stata quella per l’espulsione immediata degli immigrati in situazione illegale, misura che colpisce in primo luogo Messico e America Centrale. Per quanto riguarda il Brasile, al momento ci sono stati due voli con alcune centinaia di rimpatriati: il primo, il 24 gennaio 2025 con 88 persone, è stato particolarmente infelice a causa di un atterraggio non programmato a Manaus (la destinazione era Belo Horizonte) per anomalia tecnica e in presenza di uno sbarco dei deportati ammanettati e incatenati; essi hanno anche denunciato gravi maltrattamenti a bordo. Il ministro degli Esteri ha avanzato formale protesta, il che ha fatto sì che il secondo sbarco a Fortaleza il 7 febbraio di 111 cittadini fosse senza manette, ma sempre con dichiarazioni di trattamento crudo a bordo. Da parte sua il Brasile ha messo in atto forme civilizzate di accoglimento. I dati sul totale dei brasiliani negli Usa sono imprecisi: in base al censimento del 2022 si ritiene che 1.900.000 vivano nella Federazione, 230.000 non hanno autorizzazione, anche perché parecchi entrano senza visto il che impedisce una successiva regolarizzazione. Un numero maggiore ha green cards in fase di lavorazione e quindi possono essere espulsi. Come evidente i numeri di deportati al momento sono insignificanti e per il futuro si prevedono voli mensili. Si tratta quindi di un messaggio politico che non ha ricadute destabilizzanti come in Nord e Centro America.

Il secondo insieme di iniziative dell’amministrazione Trump riguarda i dazi, al momento acciaio e alluminio (25%) e forse in seguito etanolo (18%) e chissà commodities dell’agrobusiness. Come facilmente immaginabile, tutto ciò ha alimentato molte prese di posizione e preoccupazioni. Il governo, che si esprime soprattutto attraverso le parole del vicepresidente e ministro dello Sviluppo, Industria, Commercio e Servizi, Geraldo Alckmin e del ministro delle Finanze Fernando Haddad, ritiene di mantenere un basso profilo prevedendo di avviare negoziazioni per raggiungere l’applicazione di quote. Anche le associazioni di categoria e la Fiesp, Federazione delle Industrie dello Stato di San Paolo, condivide tale indirizzo e partecipa alla elaborazione di possibili scenari (Saiba quais são as empresas brasileiras mais atingidas pela agreção commercial de Trump, “Brasil 247”, 11.02.2025).

L’insieme delle relazioni commerciali Brasile/USA sembra piuttosto complicato perché incorpora accordi e regolamenti costruiti lungo decenni e strettamente collegati alle relazioni politiche tra i due paesi e tra gruppi economici specifici. Così si trovano notizie impreviste. Ad es. la Camera Americana di Commercio per il Brasile informa che il 48% delle esportazioni americane in Brasile entrano senza tasse e un altro 15% è soggetta ad una aliquota del 2%. Peraltro dal punto di vista quantitativo le reazioni sono equilibrate. Gli Usa importano beni e servizi per 40 miliardi US$, il Brasile per 45, quindi il primo ha un superavit (Luis Nassif, As tarifas de Trump e o comércio Brasil-EUA, “GGN”, 10 02.2025; Em meio ao tarifaço de Trump, Câmara Americana de Comércio revela que 48% des exportações dos EUA ao Brasil não sofrem taxação, “Brasil 247”, 14.02.2025).

Altra misura riguarda la disattivazione di USAID, oggi presentata come agenzia umanitaria, fino a ieri strumento di intromissione statunitense all’estero (Jeffrey Gettleman, Losing influence, “The New York Times”, 21.02.2025). Attualmente il suo peso in Brasile è modesto (rispetto ad altri trasferimenti ad esempio ai Guaidó/González per destabilizzare il Venezuela) 20,6 milioni di US$ nel 2024: solo 15,33% giungono a progetti di soggetti brasiliani, il resto va a iniziative internazionali. Prevalgono gruppi religiosi (avventisti e Caritas), associazioni ambientaliste (in primo luogo WWF), centri studio agronomici. L’unica perdita di risorse negativa forse è quella per un finanziamento alla formazione di brigate antincendi forestali (Jessica Cardoso, USaid repassou mais de US$ 20mi para projeto no Brasil em 2024, “Brasil 247”, 13.02.2025).

Altre scelte possono preoccupare: personalmente trovo sinistro che gli Usa siano rientrati nella cosiddetta Dichiarazione di Consenso di Ginevra, aggregazione attiva in agenzie ONU di “difesa della vita”, che tratta il tema della riproduzione come categoria morale e non sanitaria, in primo luogo criminalizzando l’interruzione volontaria di gravidanza e distruggendo la vita di milioni di donne e soprattutto di ragazze. Questa scelta ha ricadute in Brasile nella infinita rete (fatta di molti nodi scorsoi) evangelicale, dando ad essa uno strumento di supporto a campagne devastanti.

Verso la Cop 30 di Belém (10-21 novembre 2025)

Il programma 2023-2026 del governo Lula vede tra i propri obiettivi di primaria importanza un rafforzamento del ruolo internazionale del Brasile. Questo passa attraverso iniziative multiple: BRICS (anch’esso oggetto di misure trumpiane), ONU, diplomazia diversificata e anche l'organizzazione e conduzione della trentesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite. L’uscita degli Usa dall’Accordo di Parigi modifica non poco il già difficile contesto degli accordi climatici (“O major desafio que a humanidade já enfrentou”, dis Carlos Nobre sobre o aumento de temperatura global, “Brasil 247”, 7.02.2025). E il fatto che essa diverrà effettiva solo nel 2026 non modifica l’immediato disimpegno statunitense per la transizione energetica (Fabiola Sinimbú, Saída dos Estados Unidos do Acordo de Paris deve ser efetivada somente em 2026, “Agência Brasil”, 26.01.2025). Ma anche alcune scelte dell’esecutivo rendono la posizione di quest’ultimo più fragile nell’incontro di novembre. Lula e il ministro delle Miniere e dell'Energia Alexandre Silveira de Oliveira (peraltro ottimo) ritengono che sia opportuno compiere gli studi per un possibile utilizzo delle riserve di petrolio identificate nella cosiddetta Foz do Amazonas (Foce del Rio delle Amazzoni) nella regione del Margine Equatoriale. Si tratta di giacimenti offshore a 175 km dalla costa dello Stato di Amapá e a 500 km dalla foce amazzonica. Ibama (istituto deputato a valutare l’impatto ambientale) è contrario e questo alimenta molte contrapposizioni e critiche anche internazionali. Inoltre recentemente il Brasile ha confermato la già ventilata adesione al Forum di dialogo dell’OPEC, struttura che riunisce paesi con significativa produzione petrolifera e che segue i lavori dell’istituzione, ma senza potere deliberativo. Anche in questo caso molte critiche giungono dal mondo ambientalista, soprattutto delle ONG.

San Paolo, 23/2/2025

 

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato